domenica 25 marzo 2018

Colpo di scena... ho vinto il "Terra di Guido Cavani"

Ottobre 2017: arriva il 2° posto al prestigioso "Terra di Guido Cavani" in una serata magica (al mio fianco c'era la mia studentessa Lucia giunta terza nella sezione giovani)

Gennaio 2018: ricevo il primo comunicato dell'organizzazione. Si informano i partecipanti che i premi in denaro non verranno più erogati per presunte irregolarità.

Febbraio 2018: secondo comunicato dell'organizzazione che fa sapere di essersi rivolta a uno studio legale per garantire la regolarità della manifestazione. Alcuni racconti non erano inediti.



Marzo 2018: viene ufficializzata la classifica... ho vinto il "Terra di Guido Cavani"! Hanno squalificato il primo e il quarto classificato.


Quando la realtà supera la fantasia di ogni racconto...
(Il mio premio passa da 600 a 1.000 euro e mi hanno invitato alla prossima finalissima per darmi la coppa della III edizione).
Un plauso e un grazie a Moreno Coppedè e a tutta l'organizzazione.

lunedì 19 marzo 2018

Virginia Manaresi, una grande maestra di vita

Alla fine dell'incontro Virginia Manaresi, 94 anni e un carisma impressionante, ha svelato ai ragazzi presenti di essere stata rimandata in "Storia, geografia e cultura fascista", ma a giudicare da quello che abbiamo sentito oggi, direi che un grande peso l'ebbe in quel frangente solo la "cultura fascista", alla quale lei non si volle uniformare.
Oggi "Gina", è stata una grande maestra di storia e, soprattutto, di vita per i ragazzi del Ciofs e per la III C del Sante Zennaro, che nella Sala della Consulta hanno dato vita a una bellissima lezione insieme e senza barriere.
Virginia Manaresi ha insegnato a tutti come ci si debba battere per i valori e gli ideali in cui si crede, come rimanere sempre umani e come non lasciarsi andare mai alla disperazione.
Anche nei momenti più bui. Anche quando non sei più una persona, ma un numero: l'8.008...

Partiamo dagli anni '30. Come era la vita prima della guerra?
<Mancava tutto. Dal pane al vino, fino all'olio. Per condire l'insalata ne avevamo un goccino che mettevamo in una bottiglia riempita d'acqua. Avevamo anche la tessera annonaria, che ci permetteva di avere qualcosa, ma a patto di stare in fila un giorno intero>.

E le case come erano?
<Noi non avevamo corrente elettrica. Diciamo che non avevamo il problema delle bollette da pagare ma, a parte questo, non c'erano molti aspetti positivi. Non avevamo acqua corrente e se dovevamo bere, lo facevamo tutti dallo stesso mestolo. Di tanto in tanto penso a quanti problemi ci si fa oggi per bere dallo stesso bicchiere...>

A un certo punto tu trovasti lavoro...
<Negli Anni '40 erano gli uomini ad essere impegnati in Ferrovia, ma a un certo punto vennero chiamati alle armi e si dovette bandire un concorso per trovare nuovo personale. Io lo vinsi e iniziai a lavorare. Ero lì anche l'8 settembre del 1943 quando un Tedesco mi prese per l'orecchio chiedendomi perchè sorridessi felice. Io mi salvai, facendogli notare che quel giorno c'era un gran sole...>

Di lì a poco sarebbe cominciato il tuo impegno nella Resistenza.
<Venni avvicinata da Elio Gollini, che già conoscevo. Portavo medicinali, messaggi e materiale bellico. Lo facevo in bicicletta. All'epoca anche solo per girare in bicicletta era necessario il permesso, ma io lo ottenni in modo un po' rocambolesco. I Tedeschi ci avevano sequestrato un baule di biancheria e ci avevano dato un biglietto con il quale ci saremmo potuti far risarcire. Io andai al Comando Tedesco, dove mi dissero che il risarcimento sarebbe arrivato solo al termine della guerra. Mi mostrai molto delusa e loro mi diedero il permesso per andare in giro in bici per tirarmi su il morale>.

Come facevi a portare il materiale senza insospettire i nazifascisti?
<Avevamo creato delle borse con un doppio fondo. Sopra al materiale, poi, mettevamo del bucato sporco, in modo tale che non venisse voglia di rovistare dentro>.

Pedalare per chilometri e chilometri, comunque, non doveva essere facile...
<No, non lo era. A maggior ragione perchè non avevamo i copertoni, ma dovevamo avvolgere le camere d'aria attorno alle ruote delle bici>.

Ti sei adoperata anche in azioni di sabotaggio, vero?
<Sì. una volta andai con un partigiano chiamato Wilson alla scuola di Pontesanto che era stata occupata dai Tedeschi. Avevano attaccato i fili ai lampioni della strada e noi volevamo tagliarli, ma a un certo punto arrivò un Tedesco a chiederci cosa volessimo. Wilson, per tutta risposta, iniziò ad accarezzarmi e a abbracciarci e fu talmente convincente da fargli pensare che fossimo una coppietta che aveva semplicemente scelto il luogo sbagliato. La sua prontezza ci salvò>.

Altri episodi che ti sono rimasti impressi?
<Una volta dovevo svolgere una missione che prevedeva una parola d'ordine. Dovevo passare del materiale a una donna che era seduta lungo l'argine di un fosso ed effettivamente dopo un po' ne vidi una, ma non fu comunque facile dirle "Sei Marta o Maria?". Quando lei mi rispose "Sono Marta" tirai un sospiro di sollievo, pechè aveva risposto correttamente e le diedi il materiale>.

Ti dedicavi anche alla stampa di materiale clandestino?
<Sì, per giorni ho battuto i testi, ma all'epoca non c'erano i computer. La macchina da scrivere faceva moltissimo rumore e, siccome nell'appartamento accanto al nostro in vicolo Giudei, c'era un noto fascista io avevo messo un tappeto per terra e un tappeto sulla parete per attutire il rumore fatto dai tasti>.

Un giorno, però, nonostante le cautele, fosti denunciata. Da chi?
<Eh sì, un giorno arrivò un conoscente a dirmi che avevano fatto il mio nome e che di lì a poco le Brigate Nere sarebbero venute a prendermi. Era stata una mia compagna di classe. Io decisi che non sarei scappata, perchè era stata una mia libera scelta entrare nella Resistenza e non volevo che i Fascisti prendessero i miei familiari, cosa che sarebbe sicuramente avvenuta, se non avessero trovato me. Sono rimasta tre giorni nella Rocca, che allora era la prigione cittadina. Ho preso più botte in quei tre giorni che nei successivi cinque mesi passati nel campo di concentramento. A volte qualcuno mi chiede cosa avrei voluto fare alla compagna che mi aveva tradita. Istintivamente l'avrei voluta riempire di cazzotti - gli stessi che avevano dato a me - ma poi, quando dopo tanto tempo l'ho rivista, ho pensato fosse meglio guardarla a lungo. Non le ho più parlato comunque>.

Cosa successe in Rocca?
<Tante botte e tanti interrogatori. Mille domande con una rivoltella puntata. In tre giorni ho cambiato sei celle e dormito due volte sul pavimento. Una volta mi stavo spogliando, quando mi presero e mi portarono nella vasca che si trovava sui camminamenti della Rocca. Per fortuna non dovetti resistere tutta la notte, perché passò Pippo che illuminò tutto, me compresa, e i Tedeschi decisero di riportarmi di sotto>.

In quei giorni ci fu però un ragazzo tedesco...
<Un ragazzo tedesco della Wermacht che cercò di confortarmi e di aiutarmi. Mi aveva assicurato che mi avrebbe fatto scappare alle 20 del terzo giorno, ma a quell'ora vennero invece a prendermi per portarmi a San Giovanni in Monte a Bologna. Mi accompagnò e pianse al mio fianco per tutto il percorso. Arrivata a Bologna, anche una suora cercò di alleviare il mio dolore, dandomi una pomata da mettere sulle ferite più brutte>.

Per qualche giorno, grazie a un equivoco, ti salvasti dalla deportazione.
<Sì. Era arrivato l'ordine di trasferire Virginio Manaresi, ma le suore ovviamente non lo trovavano. Purtroppo il problema si risolve e venni caricata su un camion che ci mise due giorni ad arrivare a Bolzano, dove c'era il campo di concentramento. Vi passai cinque mesi con un solo paio di mutande e una canottiera, perchè mia madre aveva camminato da Imola a Bologna. Si era fatta dare la mia roba per lavarla e, quando era tornata, non mi aveva più trovato perchè mi avevano già trasferita al campo>.

Come era organizzato il campo? Ti diedero la divisa appena arrivata?
<A Bolzano non c'era la divisa a righe, ma una camicia nera. La prima che mi diedero era piena di pidocchi e chiesi alla Kapò se potevo andarla a cambiare. Quel giorno era in buona e mi disse di andare in lavanderia a prenderne un'altra. Quando vi arrivai sentii delle urla terribili... Ricordo ancora di una donna sui cinquant'anni a cui tolsero tutto, tranne la camicia nera. La fecero girare nel piazzale del campo facendole cose terribili. Pare avesse una figlia che morì al campo e una nipotina che non vidi più. Sulla piccola si raccontava una storia terribile: che fosse stata buttata in aria e colpita al volo. Non ho mai saputo se fosse vero>.


Cosa facevi al campo di Bolzano?
<Lavoravo. Tantissimo. Eravamo impiegati in una fabbrica di cuscinetti a sfera e avevamo turni dalle 8 alle 20 o dalle 12 a mezzanotte. Sempre fermi. Sempre in piedi. Ci veniva dato un solo pasto al giorno che era brodaglia in cui, di tanto in tanto, si potevano trovare due o tre pezzettini di bucce di patate o qualche chicco di riso. Un giorno finsi di aver bisogno di andare al bagno, solo per sgranchirmi un po' le gambe. Quando capirono che non avevo una estrema necessità, mi riportarono al mio posto a forza di calci nel sedere>.

Una volta ci fu anche la possibilità di mangiare un uovo, ma cosa hai dovuto fare per vincerlo?
<Lavorare ancora di più e ancora più velocemente di quanto già facessi. Io volevo tanto l'uovo e vinsi, ma in modo scorretto, prendendo dei cuscinetti finiti da un'altra stanza. Quando guardai in faccia le mie compagne, mi sentii tanto in colpa...>

Poi arrivò la possibilità della fuga. Come avvenne?
<Mi dissero che alle 20 ci sarebbe stata la possibilità di fuggire se mi fossi trovata in un dato posto e io ci provai. Uscita, mi sentii toccare sul collo e mi presi paura, ma erano persone buone che mi portarono in una cantina, al sicuro. Rimasi per un po' con i partigiani della Val di Non e mi presi anche la soddisfazione di arrestare con loro un comandante delle SS. Poi feci l'autostop fino a Verona e Bologna. A Imola arrivai su una motocicletta di un portaordini che doveva andare a Rimini>.



I tuoi genitori come vissero il tuo ritorno?
<Mia madre proprio quel giorno aveva ricevuto una lettera ed era andata dalla vicina per farsela leggere. Quando lei si avvicinò alla finestra per farlo, mi vide. Allora urlò "Gina!" e mia madre svenne, pensando che la lettera riportasse la notizia della mia morte. In realtà, io ero viva, nel giardino! A mio padre, che lavorava alla Fornace Gallotti, venne riferito da un conoscente che mi avevano visto a bordo di una motocicletta. Lui tornò a casa e mi abbracciò. Era il 13 maggio. Erano passati quasi sei mesi dal giorno del mio arresto, il 29 novembre. Avevo ancora il triangolo rosso che davano ai prigionieri politici e il mio numero - il 8.008 - che era scritto sulla camicia>.

mercoledì 7 marzo 2018

Premiazione in Campidoglio

"Salve! Non abbiamo ricevuto risposta alla mostra email del 2 febbraio diretta agli Autori selezionati. Cortesemente ci può confermare la sua partecipazione alla Cerimonia di premiazione di Alberoandronico è prevista per il 9 mazro pomeriggio a Roma? Grazie per l'attenzione e un saluto. Alberoandronico"

Questo messaggio mi è arrivato un mercoledì pomeriggio di fine febbraio.

Quest'anno il mercoledì è uno dei miei giorni preferiti perchè è il mio giorno libero, ma il 28 febbraio lo è stato ancora di più.

Volevo andare a Roma.
Volevo provare cosa vuol dire essere premiati al Campidoglio.
Volevo essere selezionata al Premio Alberoandronico a cui quest'anno hanno partecipato oltre 700 autori...



... ma, devo essere sincera, mi ero quasi arresa.
Il 18 febbraio la pagina Fb del Premio recitava la condanna: "Gli Autori selezionati sono stati raggiunti da una comunicazione che contiene anche l’invito alla Cerimonia di premiazione che si terrà a Roma, in Campidoglio".

E invece... mai sottovalutare le sorprese della cartella Spam (che, peraltro, avevo controllato, anche se evidentemente non troppo bene).

Venerdì 9 marzo sarò in Campidoglio. Non ci credo ancora!




 

sabato 18 novembre 2017

In prima linea nella giornata 

contro la violenza sulle donne

 

Chi?
I ragazzi della IA (I.C. 5 Sante Zennaro) e della IIB (Ciofs Imola)

Dove? 
 Nella Galleria del Centro Leonardo

Quando?
Sabato 25 novembre alle 15.30 e alle 16.30

Che cosa?
Letture tratte da "Cento passi di donne" (di Lisa Laffi) e flash mob sulle note di New Rules (di Dua Lipa)

Perchè?
Perchè di fronte alla violenza contro le donne noi NON stiamo a guardare!

martedì 17 ottobre 2017


Oltre 150 persone alla presentazione di "Cento passi di donne"


Cento ritratti di donne, oltre 2.000 anni di storia imolese investigati, 272 pagine scritte e molte di più sfogliate.
Questi sono solo alcuni dei numeri del mio secondo libro "Cento passi di donne", presentato domenica 8 ottobre alle 17 a Palazzo Tozzoni.


Il numero che non mi aspettavo è stato quello dei presenti: oltre 150 persone.
Se si considera che nelle presentazioni letterarie di solito il pubblico si aggira sulla decina di coraggiosi, l'affluenza a Palazzo Tozzoni ha dello straordinario.
L'altra cosa che mi ha fatto piacere è che erano persone di tutte le età: dai 90 ai 10 anni, segno che l'argomento affascina giovani e meno giovani.



I protagonisti

Lo ammetto, io ci ho messo del mio e ho invitato ufficialmente alcuni alunni ed ex alunni perchè leggessero brani tratti dal libro. Ma a nessuno di loro è stato promesso un voto positivo, quindi l'hanno fatto solo per affetto e per mettersi alla prova e io li ammiro molto per questo!
Non so se a 23, 15, 13 o 11 anni io sarei riuscita a parlare davanti a oltre cento persone.
Anzi, lo so, non ce l'avrei mai fatta perchè a quell'età ero timidissima...



Oggi le cose sono un po' cambiate, ma la tensione non mancava.
Complice anche le personalità di grande livello che mi circondavano. Avevo alla mia destra Maria Rosa Franzoni, la presidente dell'associazione "Per le donne", alla mia sinistra la vicepresidente della casa editrice Bacchilega Lara Alpi, oltre all'assessora alle Pari Opportunità della Regione Emma Petitti e all'assessora alla Cultura del Comune di Imola Elisabetta Marchetti.



Senza Maria Rosa ed Elisabetta "Cento passi di donne" non sarebbe probabilmente mai nato e ci tenevo a ricambiare il loro impegno e la loro gentilezza con una presentazione accattivante e coinvolgente per tutto il pubblico.



Le storie

Per questo ho voluto che venissero installati un proiettore e un maxi-schermo, grazie ai quali le persone in sala hanno potuto davvero "vedere in faccia" le grandi donne di cui abbiamo parlato.
Nel libro ce ne sono cento tutte da scoprire, ma a Palazzo Tozzoni ho raccontato le storie di Sergia Fabia Marcellina (a lei si deve la costruzione nel II sec. d.C. del tempio intitolato alla Bona Dea), Zaffira Manfredi (vittima di un terribile uxoricidio nel XVI secolo), Orsola Bandini (tanto amata dal marito da essere riprodotta in forma di bambola, oggi ancora visibile a Palazzo Tozzoni), Francesca "Cecchina" Casadio (che si fece togliere l'appendice sana per permettere al marito di tornare per pochi giorni dal confino) ed Enrichetta Zavagli (la prima donna a correre la Tre Monti).
Il fatto di vedere quest'ultima nel pubblico mi ha fatto tanto tanto piacere.
 

Un'altra donna straordinaria, a mio avviso, è la musicista Paola Contavalli che ha accettato il mio invito a suonare due brani e ha lasciato tutti incantati.



Le storie mancanti

Poi ci sono le storie mancanti... quelle delle donne che avrei voluto descrivere, ma che non potuto inserire per svariati motivi. Ho cercato di inserire tutti i nomi di queste grandi persone nella prefazione del libro e spero che un giorno un'altra scrittrice (magari una mia studentessa) possa realizzare il seguito di "Centi passi di donne" creando "ritratti" anche per loro...

 

Io, per ora, sono felice perchè...

 - sento di avere scritto qualcosa che a Imola mancava...

 - posso contribuire con i proventi del libro ad alleviare le sofferenze di ragazze in difficoltà che si rivolgono all'associazione "Per le donne"...

- ho dato idee e spunti perchè in futuro tante strade e piazze della nostra città possano essere intitolate a imolesi meritevoli...

- ho offerto a giovani e meno giovani punti di riferimento positivi! 

 

lunedì 9 ottobre 2017

Secondo posto assoluto 

al concorso internazionale "Terra di Guido Cavani"

Quello del 7 e 8 ottobre era un week end segnato a biro rossa nel mio calendario...
Il 7 era in programma la fase finale del concorso internazionale "Terra di Guido Cavani" e poi, il giorno dopo, la presentazione del mio secondo libro "Cento passi di donne".

I finalisti





Due erano le categorie del concorso premiate al Teatro Astoria di Fiorano Modenese sabato sera: la sezione A (adulti) e la sezione B (ragazzi).
Imola era presente in entrambe perchè tra i quattro ragazzi già sicuri di vincere un premio c'era Lucia Colucci, la mia ex alunna di II F che avevo iscritto al concorso.
Il fatto di essere in finale con una mia studentessa è stata un'emozione che ricorderò per sempre...

La serata 

Dopo il buffet offerto dallo staff, la finalissima è iniziata.
A condurre la serata è stata Moreno Coppedè, un grande organizzatore che ha saputo dare a tutti il proprio spazio.
A lui va il merito di aver saputo portare, in appena tre anni, il Premio a una dimensione internazionale. Quest'anno, infatti, sono giunti racconti da Libano, Regno Unito, Spagna e Svizzera. In tutto 157 racconti nella sezione A (adulti) e 15 nella B (ragazzi).
Ha saputo coinvolgere oltre 220 giurati nelle operazioni di voto, dando vita a riconoscimenti interessanti come quelli dei Lettori Facebook e della Giuria Tecnica, che si aggiungevano ai premi assoluti.



La sezione B 

I primi a essere premiati sono stati i giovani.
Gli organizzatori hanno chiesto loro una breve presentazione, la trama del racconto proposto al concorso e il relativo titolo.
Lucia è sbiancata perchè non se lo ricordava, ma alla fine si è saputa togliere brillantemente dall'empasse e ho subito riconosciuto in lei quella personalità e ironia che me l'hanno fatta tanto apprezzare nei due anni in cui sono stata la sua professoressa.
Era la più giovane partecipante giunta in finale (c'erano due 17enni e una 15enne) e ha chiuso al 3° posto, portandosi a casa un buono del valore di 50 euro.



La sezione A

Subito dopo è stata la volta della sezione A.
I 18 finalisti sono stati chiamati uno dopo l'altro sul palco e posizionati in riga. Sembravamo pronti per la fucilazione :-)



"Nome, città di provenienza, trama del racconto e... titolo". 
Quando ho sentito le parole di Moreno Coppedè, avrei voluto una bacchetta magica per diventare improvvisamente invisibile.
Per quanto scavassi nella mia memoria... nemmeno io ricordavo il nome del racconto.
Quando è toccato a me presentarmi, ho quindi buttato la faccenda sul ridere, sottolineando che noi di Imola abbiamo la spiacevole abitudine di dimenticarci i titoli dei racconti e svelando il legame presente tra me e Lucia. 
Molto meglio me la sono cavata quando ho raccontato la trama del mio racconto.
Quella me la ricordavo e ho visto sorgere sorrisi e apprezzamento tra il pubblico.



I premi

Mandati a posto i finalisti, Moreno Coppedè ha iniziato ad assegnare i vari premi e, a un certo punto, ho sentito pronunciare anche il mio nome.
"La signora degli scontrini" era stato giudicato il racconto migliore dai lettori di Facebook.


Salire per la seconda volta la scaletta del palco è stato bellissimo, nonostante il mio cattivo rapporto con i tacchi.
Ancora più bello è stato un'ora dopo...
Era mezzanotte. L'ora in cui nelle fiabe avviene qualcosa di magico e anche nella mia è stato così.
Dopo il 7°, il 6°, il 5°, il 4° e il 3° premio assoluto gli organizzatori hanno assegnato il 2° posto.
Non hanno detto il mio nome, ma "La signora degli scontrini" e tanto mi è bastato per catapultarmi sul palco. 
Una seconda targa e un assegno da 600 euro mi aspettavano, ma anche la possibilità di dedicare questo racconto e l'emozione incredibile che stavo vivendo a mio nonno Gigetto
Un'occasione che non mi sono fatta scappare. E un momento che non dimenticherò mai...
Grazie "Signora degli scontrini", ovunque tu sia!

domenica 1 ottobre 2017

L'8 ottobre esce "Cento passi di donne", 

il mio secondo libro

Verrà presentato alle 17 a Palazzo Tozzoni



Domenica 8 ottobre uscirà "Cento passi di donne", il libro che ho iniziato a scrivere quasi per gioco nel corso del 2016.

Sono partita da Caterina Sforza, Bianca Riario, Bianca Bizzi e Giuseppina Cattani, ma l'obiettivo era quello di creare quanti più ritratti possibile di donne che avessero scritto pagine importanti della storia di Imola.

Cinque, dieci, venti, cinquanta... in breve tempo sono arrivata a cento!

Ho trovato donne dell'epoca romana, del Rinascimento, dell'800 e poi mi sono chiesta... "Perchè non inserire donne anche a noi contemporanee? Sono forse meno meritevoli?"

E così sono arrivate le "Donne della Resistenza", ma non solo.

Ho trovato storie incredibili di coraggio, eroismo, solidarietà e riscatto sociale e alla fine ho dovuto lottare contro il senso di colpa perchè a un certo punto è stato necessario operare una scelta.

Perchè i lettori si orientassero meglio all'interno del testo, ho anche inserito una suddivisione delle donne per categorie (atlete, religiose, politiche, scienziate, scrittrici, ecc.), ma anche in questo caso non è stato semplice, perchè mi sono accorta che le grandi donne sanno ricoprire (bene) tanti ruoli diversi nel corso della loro vita e sono difficilmente "incasellabili".

L'ultima sfida è stata quella di trovare persone che, come me, credessero nel progetto e lo portassero dal mio computer all'attenzione del pubblico.

Prima ho trovato Fabrizio Tampieri della Bacchilega Editore. Poi Maria Rosa Franzoni e, infine, Elisabetta Marchetti.

Si sono rivelati i compagni di viaggio migliori che potessi avere. Hanno coniugato competenza, gentilezza e praticità in un modo che mai mi era capitato di vedere prima in un altro team di lavoro.

Maria Rosa si è battuta come una leonessa perchè questo libro potesse diventare realtà. E' riuscita a fare cose che io non avrei mai pensato possibili. La ringrazio e l'ammiro davvero molto per ciò che ha fatto e che continua a fare.

Alla sua associazione "Per le Donne Imola" ho deciso di devolvere tutti i miei proventi. Io penso che donne che stanno vivendo momenti di difficoltà siano le migliori destinatarie dei ricavi di "Cento passi di donne" e spero che la loro vita si possa arricchire in breve tempo di bellissime pagine.

Sono sicura che Caterina, Bianca, Giuseppina, Ebe, Rosa e tutte le altre donne del libro avrebbero condiviso la mia scelta.

A me ripaga ampiamente il fatto che, attraverso questo testo, cento donne splendide non moriranno mai e potranno fungere da esempio per decine di generazioni di imolesi.